Serie D: Ebro 55 – Basketown 58. L’epopea è narrata!

Oggi vi proporremo un piccolo fuori tema, cari Belk: certo ci si aspetterebbe nelle righe che seguiranno il commento ad una partita di pallacanestro, raccontata nei suoi numeri, nelle prestazioni dei suoi protagonisti, e magari nell’esposizione dei momenti salienti… ma la verità è che oggi il centro sportivo Forza e Coraggio non è stato palestra, e i nostri Belk non sono stati giocatori: oggi via Gallura 8 è stata palcoscenico, e i nostri ragazzi attori protagonisti di un poema epico di proporzioni omeriche. Anzi, virgiliane: perché in copertina il nome è uno, Federico Abbruciati, eroe latino se ce n’è uno, Giulio Cesare di noi altri. E allora dimentichiamoci per pochi minuti di punti, assist, rimbalzi, e immergiamoci in Ebro – Basketown, Gara 3, opera magna del più imprevedibile dei poeti: la Pallacanestro.

Il racconto, come del resto è consuetudine di genere, comincia in medias res. Troviamo i nostri eroi, reduci da due sconfitte consecutive nelle prime due partite della serie, dediti alla preparazione della battaglia imminente: chi si occupa delle provigioni (Belli e le sue Ricola) e chi del proprio corpo sconvolto dalle lotte passate (Botto e Mazzi, ambedue ancora alle prese con i soliti problemi alle caviglie rimediati in Gara 1). I Belk sono tesi, come è giusto che sia nei minuti che precedono una battaglia così importante, ma sono dei guerrieri veri: hanno le spalle al muro, gli avversari hanno dimostrato di essere temibili, ma non partono sconfitti.

Orsi Carbone e Taccari, come un troiano e un acheo, ai piedi dell’arbitro, pronti a saltare per la contesa: la scena è loro, il primo dei tanti memorabili duelli che la partita ci regalerà. Gli spettatori sono indiavolati, urla distorte, tamburi, trombe squillanti rimbombano in palestra. Ma quando la palla a spicchi lascia la mano del direttore di gara, il tempo rallenta, e il frastuono si fa lontano. I Belk sono pronti, sanno che è il loro momento, glielo si legge negli occhi. E in questo mistico silenzio un ultimo impercettibile cenno d’intesa: si comincia!

I nostri eroi partono forte, il primo quarto è rossoblu (15-20): come accennato, è dal cuore di Roma che si alza l’urlo di battaglia dei Belk, Abbruciati guida i suoi con ben tre triple a segno nella prima frazione. Nonostante qualche errore di troppo da sotto canestro, e percentuali a dir poco migliorabili dalla lunetta, gli strenui guerrieri tengono bene il campo, con l’impeto di chi sa di avere ancora tanto da dire prima di abbandonare la scena.

Il poema è però complesso, ed affronta anche l’evoluzione psicologica dei suoi protagonisti. A inizio secondo quarto riaffiorano i demoni di inizio Gara 2 (ricordiamo i soli 4 punti segnati nei primi 10’ di gioco), la fase offensiva è sterile. Ma i Belk affrontano la situazione con una consapevolezza diversa, di chi ci è già passato: sulle spalle dei consoli Botto&Belli, i nostri eroi chiudono il secondo quarto a contatto (31-28).

L’approccio al terzo quarto è ancora positivo, Basketown guida nel punteggio per larghi tratti. Ma si sa, un racconto è tanto più epico quanto più dure sono le sfide da affrontare. Ebro è una squadra solida e di talento, nell’ultimo minuto di quarto si prende di forza la scena: con un parziale di 7-0 dipinge di verde la terza frazione (46-43).

Ed eccoci all’Atto Finale: sono minuti di guerra vera, si combatte ora di nervi ed emozioni. Spiccano Mazzi e Verga, il primo con punti e rimbalzi da vero lottatore, il secondo fortino d’acciaio in difesa. Ma a 30’’ dalla fine il punteggio dice 55-53. Ci pensa proprio Verga ad agguantare il pareggio, inconsapevole del destino che sta consegnando alla storia dei Belk.

Ultimo possesso Ebro sulla parità, 55 a 55.

Ed è qui che la Pallacanestro decide di stupire tutti i suoi lettori: a 3’’ dalla sirena, la tripla della vittoria di Girardin sbatte contro il ferro, un rumore sordo che sembra più che altro urlare ai supplementari. Ma, come si dice, succede a chi ci crede: “Giulio Abbruciati Cesare” agguanta il pallone e lo scaraventa, dalla linea del tiro libero della sua metà campo, verso il canestro avversario… alea iacta est!!!

Sapete già come è andata a finire, il tiro è entrato, e la gioia dei Belk è esplosa.

Ma vorremmo ora rivolgerci ai lettori più attenti, a chi sa che dietro al fatto si nasconde il simbolo: in quella preghiera, quel gesto estremo, si cela l’urlo di un gruppo, un manipolo di sodali, che in quell’istante, in quel tragico gesto, ci ha messo, ognuno a modo suo, tutto. Perché se è la bellezza del canestro di Abbruciati a rimanere negli occhi di chi vi ha assistito, sono stati questi  40 minuti, anzi la stagione intera dei Belk a rimanere negli occhi e nel cuore.

Che i Belk siano Achille, di cui Omero ci racconta le immortali gesta per renderne memorabile la sconfitta, o Enea, le cui gloriose imprese culminano nel raggiungimento dei suoi obbiettivi, beh, sta alla Pallacanestro, l’autore dell’opera, stabilirlo.

Quel che è certo è che mai, mai, questi Belk saranno dimenticati!

 

Il Bandera, Belk per vocazione